La devozione popolare
Sezione V
Nell’arte popolare il culto di Santa Rosalia è sempre stato soggetto richiestissimo e fonte di ispirazione per artisti ed artigiani che ne hanno riprodotto la figura e gli episodi della vita su oggetti d’uso quali, ricami, ceramiche, ex voto, ma soprattutto su materiale a stampa.
Gli stampa-santi raffigurano spesso la “Santuzza” come una giovane fanciulla dai tratti gentili, con il suo corredo di attributi iconografici, la corona di rose, il teschio, la croce, il bastone e le conchiglie.
Per delineare l’immagine di Santa Rosalia nei luoghi della sua penitenza si assumono a modello la statua marmorea, opera di Gregorio Tedeschi del 1625 e commissionata per la grotta di Monte Pellegrino, o quella barocca in alabastro per l’Eremo di Santo Stefano della Quisquina. Le stampe della Santa pellegrina ripropongono, invece, la scultura d’argento conservata a Caccamo del 1678, mentre la medesima statua in alabastro di Filippo Pennino del 1775 diventa punto di riferimento per l’immagine di Santa Rosalia che incide il suo nome sulla roccia.
La tradizione popolare ha sempre attribuito a queste “immaginette” proprietà miracolose e la capacità di allontanare i mali: su molti di questi fogli compare infatti spesso un’invocazione di protezione.
L’immagine di Santa Rosalia è riscontrabile nelle più svariate manifestazioni delle arti decorative siciliane, dai pregevoli manufatti commissionati per la devozione privata alle botteghe seicentesche dei corallari trapanesi, alle diffuse produzioni ceramiche del XVII secolo, dal calatino a Sciacca. Nei tre vasi appartenenti a corredi di farmacia e prodotti in diversi centri dell’isola, Santa Rosalia, raffigurata a mezzo busto, è al centro della decorazione entro un medaglione, riconoscibile dalla corona di rose posta sul capo. Anche la ceroplastica, soprattutto nell’Ottocento, nella sua doppia connotazione scultorea e coloristica, viene utilizzata quale strumento di diffusione del culto, sia per la committenza conventuale religiosa che per quella privata. Nell’opera verosimilmente modellata da Gabriele Marino, attivo a Palermo tra il XVIII e il XIX secolo, la composizione rimanda alla Santa Rosalia nell’Eremo di Santo Stefano della Quisquina mentre sulla pietra incide il motto Ego sum Rosalia.